Advertisement

Una ricetta per la rinascita sociale ed economica globale del Paese, piagato da un anno e mezzo di pandemia e di misure restrittive, con lockdown più o meno prolungati che hanno mandato a picco diversi settori commerciali? È quella che offre l’economista Carlo Cottarelli nel suo libro All’inferno e ritorno – Per la nostra rinascita sociale ed economica edito da Feltrinelli e presentato dall’autore a Vieste (Fg) in occasione del Festival “Il libro possibile”. Una disamina, quella del direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, che arriva puntuale nel momento in cui – anche grazie al green pass – si riprende a pensare a un ritorno effettivo alla “normalità”.



Advertisement

Secondo il professor Cottarelli, la crisi pandemica ha messo decisamente a nudo le nostre debolezze, ma anche i nostri punti di forza, fra cui quello di reagire a condizioni di emergenza che mai erano state sperimentate prima. Tuttavia, non si tratta solo di tornare indietro a com’eravamo nel 2019, ora siamo chiamati alla ricostruzione, e per questo – focalizzandoci sul nostro Paese – l’Italia ha bisogno di tornare a crescere dal punto di vista sociale, finanziario e ambientale. Salvare l’economia è la priorità, certo, ma è altrettanto prioritario costruire un mondo più egualitario, soprattutto per le nuove generazioni. Ecco perché All’inferno e ritorno è un libro anche e soprattutto politico, che si rivolge a chi ci governa. La società italiana deve poter funzionare su un principio ideale: la possibilità per tutti di avere un futuro, a prescindere dalle condizioni in cui si è nati. La politica deve quindi abbandonare il personalismo, l’opportunismo e il cinismo e impegnarsi a favorire la nascita e la crescita di una società più equa. Abbiamo incontrato il professor Cottarelli a margine del festival letterario di Vieste e gli abbiamo posto alcune domande.



Professore, parlando di rinascita dell’Economia italiana, è possibile paragonare l’attuale situazione con quella del secondo dopoguerra?
No, decisamente no. Nel secondo dopoguerra, l’Italia era distrutta e c’era da ricostruire tutto. Oggi ci troviamo in una contingenza difficile, ma senz’altro la situazione è un po’ migliore rispetto ad allora. Anche perché ci stanno aiutando molto i finanziamenti che provengono dalla BCE e dall’Unione Europea.

È possibile parlare di rinascita anche dal punto di vista del settore dei Servizi, soprattutto del Turismo sul quale l’Italia dovrebbe puntare un po’ di più?
Purtroppo, c’è un problema per quanto riguarda il turismo. Non nella sua totalità, ma per esempio le cosiddette città d’arte sono quelle che stanno affrontando le difficoltà più cospicue perché mancano ancora i turisti americani, giapponesi e così via. Per queste realtà continueranno a esservi alcune difficoltà. E tuttavia, dal canto mio sono fiducioso sul fatto che, se ci vacciniamo e quindi superiamo l’emergenza sanitaria, la ripresa può essere abbastanza rapida e quest’anno possiamo crescere più del 5%. Tornando al Turismo, un segnale che dispone all’ottimismo è che in Italia ci siano fenomeni estremamente vitali, come la Puglia, che assieme al Veneto è forse la Regione che organizza più eventi culturali. Ci torno sempre molto volentieri.

Anche sul piano della stabilità del nostro Paese, sono state introdotte diverse misure come quella del 110% per cercare d’incentivare non solo la sicurezza del nostro territorio, ma per esempio per far muovere il settore dell’edilizia.
Sì, certo. In questo momento, il sostegno da parte della spesa pubblica è di cruciale importanza. Lo si paga in termini di accumulo del debito, ma questo è un debito che era necessario fare. L’anno scorso il deficit è arrivato a 160 miliardi contro i 30 del 2019, e quest’anno si va sui 180-190 miliardi. Speriamo almeno di spenderli bene.

L’Europa quanto conta?
Conta tantissimo perché tutti questi soldi ci stanno arrivando dall’Europa. Lo Stato non si sta indebitando verso i mercati finanziari; si sta indebitando verso la Banca Centrale Europea e verso l’Unione Europea.

A suo avviso, la politica italiana dovrebbe fare qualche sforzo in più, e – se sì – quale?
Adesso, da parte del Governo, lo sforzo c’è. Bisogna evitare di mettersi a litigare come sempre, visto che ci sono riforme importanti da passare. Il Recovery Plan comprende ben 529 condizioni che dobbiamo rispettare per avere i 200 miliardi da qui al 2026. Bisognerebbe quindi cercare di lasciar da parte i litigi e pensare ai fatti. Anche la questione della riforma della Giustizia di cui si sta discutendo molto in questi giorni è cruciale. I processi devono necessariamente diventare più rapidi, è un’enormità che nel nostro Paese, per arrivare a una sentenza, si debbano attendere dieci anni. E poi, dobbiamo aver ben presente che la lentezza della Giustizia è proprio uno dei principali disincentivi all’investimento delle imprese private in Italia. Anche le varie riforme della Pubblica Amministrazione, la semplificazione, e a un certo punto la riforma fiscale e della concorrenza saranno fondamentali per permettere al Paese non di tornare a com’era nel 2019, ma di avere di fronte a sé dieci anni di crescita vera.

A cura di Marco Zonetti



Advertisement