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Gli entusiasmi generalizzati per la ripresa del sistema Italia, favoriti anche dalla campagna vaccinazioni ripresa a spron battuto grazie all’estensione del green pass e da un impatto meno incisivo della variante delta rispetto agli altri Paesi, con una crescita evidente riscontrata dai dati tecnici, trovano il Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Franco più cauto rispetto all’ondata di ottimismo che invece dilaga nelle Istituzioni e fra i suoi colleghi a Palazzo Chigi. Beninteso, Franco non nega certo il trend espansivo dell’economia italiana, anzi lo sottolinea, ma è decisamente meno proclive a gridare al boom o a un “nuovo miracolo economico”, per utilizzare un’espressione fin troppo nota. Adelante, Pedro, con judicio, si puedes, insomma. Il Pnrr renderà la nostra economia più dinamica, secondo il titolare del Mef, ma la crescita deve diventare strutturale, senza crogiolarci sugli allori dei dati che appaiono confortanti rispetto agli anni precedenti.



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Per quale motivo tanta cautela, Ministro Franco?
Il Pil del 2021 ha la possibilità di crescere oltre il 5.8% che era stato indicato dagli ultimi calcoli dell’Ufficio parlamentare di Bilancio. Portando così a un deficit e a un debito più confortanti rispetto alle previsioni di aprile, che per il 2021 fissavano il primo all’11.8% e il secondo al 159.8% rispetto al Pil. Ma c’è un elemento da considerare.

Quale elemento?
La tragedia del Covid ha investito come un ciclone l’Italia trovandola già reduce da una stagnazione pressoché ventennale. Di conseguenza l’obiettivo cruciale in questo momento è instradare l’economia su un sentiero di crescita strutturalmente più ampio del passato.



In che modo? Consolidando il rimbalzo degli investimenti e guardando l’impatto delle misure sul 2025-30 e sul 2050. Guardare avanti anziché guardarci alle spalle, ovvero a com’erano le condizioni dell’economia italiana prima del Covid, insomma… Negli ultimi vent’anni l’Italia è cresciuta quasi quattro volte meno della media europea; il tasso di occupazione del 2019 si assestava al 58%, oltre dieci punti sotto i livelli dell’Unione Europea e il peso degli investimenti pubblici e privati si arrestava al 18% del Pil rispetto alla media del 22% dell’Eurozona. L’Italia del 2019 non è esattamente l’esempio e l’obiettivo ai quali tendere.

Qual è dunque la giusta linea di condotta da adottare secondo lei? Dobbiamo fin d’ora pensare a quello che succederà dopo il Pnrr, e prepararci a uno sforzo corale del Paese, che deve puntare oltre l’orizzonte delle misure di politica economica. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è fondamentale ma non è sufficiente. Il Piano e i fondi comunitari che lo sovvenzionano offrono senz’altro uno slancio decisivo, partendo proprio dal rilancio degli investimenti che nel 2021 evidenziano una ripresa congiunturale del 15%, tali da spingerli all’incirca al 20% del Prodotto Interno Lordo.

Dati incoraggianti? Sì, il primo semestre si è chiuso molto bene: la crescita acquisita di Pil per quest’anno, dopo i primi 6 mesi, è pari al 4,7%. Il terzo trimestre sta andando bene. La produzione industriale è tornata ai livelli precrisi. Sono dati importanti che testimoniano che stiamo recuperando la più forte caduta di prodotto che abbiamo avuto dal dopoguerra. Ma è essenziale che questo processo continui. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il Ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti hanno parlato di una prospettiva di crescita intorno al 6%, per quanto riguarda il quadro macroeconomico e di finanza pubblica… Lo certifico. Con una percentuale del deficit che potrebbe assestarsi attorno al 10% e un debito destinato ad aumentare considerevolmente meno rispetto ai quattro punti (dal 155,8% del 2020 al 159,8% del 2021) calcolati nell’aprile scorso.

Un debito sostenibile? Sì, il nostro debito è sostenibile, anhe grazie a un costo medio schiacciato su un 2.4% inusitato per il nostro Paese, e – secondo le proiezioni Mef – destinato a scendere ancora nei prossimi anni. Ma superata la crisi andrà progressivamente ridotto, con una politica di bilancio prudente che torni gradualmente agli avanzi primari.

Quanto conta la campagna di vaccinazione in questo processo? L’andamento della campagna di vaccinazione in Italia così come negli altri Paese è un elemento fondamentale del processo di ripresa. Così come le esportazioni. Delle quali si stima per quest’anno una crescita sull’anno precedente dell’ordine dell’11% che è un miglioramento che ci fa tornare a recuperare ai livelli precedenti alla crisi, a recuperare quanto perduto nel 2020.

A cura di Marco Zonetti



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