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L’economista, docente universitario e dirigente pubblico Marcello Minenna, già assessore al Bilancio nella giunta comunale capitolina e attuale direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, è autore di un interessante report per Il Sole 24 Ore sull’eccezionale impennata dei prezzi della CO2 nell’ETS Europeo (+82% da inizio anno, più del Bitcoin) in scia alla stretta UE sulle emissioni e al piano fit-for-55.



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Secondo le stime di Minenna, che è anche responsabile dell’ufficio Analisi Quantitative e Innovazione Finanziaria presso la CONSOB, entro il 2050 il mercato globale dell’anidride carbonica potrebbe valere 22mila miliardi di euro. Sottolineando come i costi di una transizione equa siano di fatto enormi. Andiamo con ordine. Secondo il report dell’economista, nell’altalena del Bitcoin delle altre cripto-valute, nel 2021 un altro asset (non cripto) ha attirato sempre più l’attenzione degli investitori. Parliamo dei certificati di emissione di anidride carbonica (CO2) come mostra l’andamento degli indici del mercato intercontinentale, l’ICE, basati sui futures relativi ai certificati delle principali aree geografiche. Nei primi otto mesi del 2021 i prezzi delle quote di emissione dell’Unione Europa sono cresciuti da € 33 a € 62, registrando un apprezzamento di oltre l’80% che ha superato addirittura il +62% del Bitcoin. La crescita cospicua di cui sopra si deve alla decisione dell’UE (aprile 2021) “di alzare dal 40% al 55% il target sulla riduzione di gas serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990 (anno di riferimento del protocollo di Kyoto). Per perseguire questo ambizioso obiettivo lo scorso 14 luglio la Commissione Europea ha presentato una proposta normativa (c.d. fit-for-55) che – oltre a prevedere lo stop completo alle auto inquinanti dal 2035 – contiene un ricco pacchetto di misure che darebbero un’ulteriore stretta all’ETS europeo”.



Ma il business delle emissioni non si limita alla sola Unione Europea e pertanto suscita le brame di molti, fra i quali “Nuova Zelanda, Corea del Sud, Canada e California” che “hanno i propri sistemi di scambio delle quote già da diversi anni e molti altri si sono appena affacciati sul mercato o meditano di farlo a breve”. Marcello Minenna sottolinea come il rapido aumento dei prezzi dei permessi di emissione, dal canto suo, stia consentendo ai Paesi dell’UE di accrescere le entrate realizzate con le aste. Somme di denaro che la Commissione Europea ritiene debbano essere impiegate “per mitigare l’effetto dei costi della transizione green sui cittadini più vulnerabili, le piccole imprese e gli utenti dei trasporti attraverso la creazione di un Fondo Sociale per il Clima e per aumentare la capacità di fuoco di fondi già esistenti incluso quello per la modernizzazione degli Stati membri a basso reddito”.

E tuttavia, gli obiettivi climatici dell’UE che vedono destinare fondi più cospicui stanziati da Next Generation EU ai Paesi dell’Est più dipendenti dai combustibili fossili, potrebbero non essere realizzabili, e le risorse allocate all’Europa orientale non bastare a giungere all’azzeramento delle emissioni nel 2050. Per non parlare degli oneri relativi al green deal a carico degli altri Stati membri, con uno “svantaggio competitivo di molte industrie europee rispetto a concorrenti di Paesi meno virtuosi in materia di clima”. Anche per quanto riguarda la vexata quaestio della carbon tax europea, Minenna rileva la difficoltà di “affrontare seriamente il problema della riduzione/ eliminazione delle emissioni di sostanze inquinanti attraverso iniziative unilaterali”. Sulla carbon tax sarebbe dunque utile “una riflessione approfondita per approdare a una soluzione che permetta di minimizzare le esternalità negative su imprese e consumatori”. Per l’economista è inoltre “evidente che gli sforzi dell’Europa (responsabile dell’8% delle emissioni mondiali) non basteranno ad affrontare adeguatamente il problema del cambiamento climatico se non ci sarà un’azione coordinata a livello globale”.

In tutto questo s’inserisce la proposta del Fondo Monetario Internazionale, che ha posto il carbon pricing al centro dei suoi dibattiti con i Paesi membri in relazione alle politiche climatiche, con l’auspicio che esso sia “sostenuto da un più ampio pacchetto di misure per migliorarne l’efficacia e l’accettabilità». Da qui la proposta del Fondo di adottare un nuovo accordo internazionale (in affiancamento a quello di Parigi) “per fissare un valore minimo (floor) al prezzo dell’anidride carbonica così da favorirne la convergenza verso il livello di equilibrio stimato per il 2030 (almeno $ 75 a tonnellata)”. La discussione sull’apprezzamento dei certificati di emissione e sulla proposta dell’FMI è dunque rinviata alla prossima Conferenza sul Clima delle Nazioni Unite che si terrà a Glasgow dal 1 al 12 novembre 2021. Con la speranza di pervenire a una soluzione condivisa tra i vari Paesi (specie Cina, USA, India e UE, i maggiori emittenti di anidride carbonica), al fine scongiurare il rischio che “la questione climatica si tramuti in speculazione e in un aumento delle disparità sociali ed economiche e per non perdere di vista il vero obiettivo che ha molto a che fare con la vita e la stessa sopravvivenza nostre e delle generazioni future”.

A cura di Maria Pia Romano



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